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Wrestling, storytelling e psicologia

Secondo il sito Treccani.it, lo storytelling è l’arte di scrivere, oppure di raccontare, storie attirando l’attenzione e l’interesse di un pubblico. Si traduce letteralmente dall’inglese come “narrazione di storie“.

Uno degli esempi maggiormente esplicativi dello storytelling è proprio il Wrestling. Sembrerà strano, poiché la disciplina (che prende il nome di Lucha Libre nei paesi ispagnofoni e di Puroresu in Giappone) in Italia è considerata, generalmente, una pagliacciata.

Il Wrestling come esempio perfetto di storytelling

Innanzitutto, è bene ricordare come il wrestling sia tutt’altro che una pagliacciata. Si tratta, invece, di una disciplina molto complessa, che unisce lo sport e la recitazione, il cinema e l’atletismo, il teatro e la preparazione fisica. Ogni atleta ha una precisa caratteristica (con i nomi di alcuni interpreti passati e presenti della categoria):

  • Tecnici: Ric Flair, Kurt Angle, Bret Hart, Daniel Bryan;
  • Brawler, ovvero quelli che usano principalmente schiaffi, pugni e calci: Dusty Rhodes, “Stone Cold” Steve Austin, Sheamus;
  • Power Man, ovvero coloro che sono dotati di fisici importanti e usano la loro potenza per distruggere gli avversari: Ultimate Warrior, Goldberg, Brock Lesnar, Drew McIntyre;
  • Giant, ovvero i giganti: Andre The Giant, King Kong Bundy, Big Show, Braun Strowman;
  • High Flyer, ovvero i piccoli wrestler che fanno mosse “volanti”: Jimmy Snuka, Rey Mysterio, Eddie Guerrero, Finn Balor;
  • Hardcore, ovvero i wrestler maggiormente inclini ad usare oggetti contundenti: Terry Funk, Mick Foley, Tommy Dreamer, Jon Moxley;
  • Total Package, ovvero i “pacchetti completi”, quei wrestler che, nel corso della carriera hanno eccelso in più tipologie: Undertaker (una combo di Brawler, Giant, Hardcore e Power Man), Triple H (Tecnica, Brawler, Power Man), The Rock (Brawler, Power Man), Shawn Michaels (Tecnica, High Flyer).

Chiaramente esistono altre categorie, ma queste sono le macroaree più comuni e fondamentali della disciplina.

Accanto a queste caratteristiche, c’è la componente detta Mic-Skill, ovvero l’abilità al microfono. Ogni wrestler deve necessariamente saper intrattenere il pubblico, vendere la propria credibilità ai fan e rappresentare, anche a parole, una minaccia per l’avversario.

La capacità di storytelling, per un wrestler, è data dalla combinazione di tutte queste caratteristiche, mentali e fisiche, che vengono fuori durante ogni singolo match. I due avversari, infatti, dovranno raccontare attraverso le parole, le manovre e gli atteggiamenti, la storia che portano sul ring.

A questo proposito, uno dei migliori match, dal punto di vista dello storytelling, è quello tra The Rock e “Stone ColdSteve Austin a WrestleMania XIX (potete vederlo qui sotto).

Un breve accenno sulla “psicologia” nel wrestling

Quando si parla di psicologia nel wrestling, a differenza dello storytelling, si intende la capacità del wrestler di apparire esattamente come la situazione richiede. Per esempio, nel match tra The Rock e Steve Austin, The Rock aveva il preciso compito di apparire spavaldo, quasi svogliato e con la sensazione di essere nettamente superiore a Stone Cold, ma allo stesso tempo doveva temere l’avversario perché, in passato, era già stato sconfitto dallo stesso. Allo stesso modo, Stone Cold doveva apparire arrabbiato ma calmo, quasi come se le emozioni non potessero in alcun modo scalfirlo.

L’argomento merita ulteriori chiarimenti, che vi fornirò nelle prossime settimane, poiché la materia è molto varia e gli atleti hanno un approccio mentale a questo sport-entertainment davvero particolare e unico nel mondo dello sport.

“psicomolino” Roberto Molino

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